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CULTURA

Male erbe e altre delizie: Pia Pera torna in edicola e in libreria



La conobbi diverso tempo dopo, in un caffè di Piazza Cavour a Milano. Come quando scriveva, riusciva a essere insieme leggera e profonda. Il suo eloquio era trascinante, ma sapeva ascoltare. La luce obliqua della primavera entrava dalle vetrate del bar, facendo scintillare la polvere. Forse per questo, mi dissi, pareva esserci nel suo sguardo una luce soffusa.

Quando la rincontrai, all’inizio del 2012, aveva appena visto un neurologo milanese. Zoppicava, diceva. A me non sembrava. Aveva preferito farsi visitare. Il medico le aveva spiattellato in faccia, rispondendo con aggressività al suo stupore, la diagnosi della più terribile delle malattie che una piccola zoppia potesse annunciare: la Sla.

Mi convinsi che tanta brutalità non poteva che essere associata ad altrettanta incompetenza. Non volevo immaginare, allora, che quattro anni dopo avrei dovuto affrettarmi a costruire una pagina che cercasse di ricordarla degnamente. Che sette anni dopo mi sarei rimessa a leggere, con almeno il medesimo entusiasmo, e almeno pari nostalgia, tutti quegli splendidi articoli che mi inviava, per raccoglierli in un volume postumo.

Li pubblichiamo integralmente, compresa la rubrica «Animalia» di cui scrisse qualche puntata dopo che l’etologo Danilo Mainardi si ritirò. Unica eccezione, perché di contenuto troppo eterogeneo, un bellissimo saggio su Osip Mandel’štam, impreziosito dalla sua traduzione di due poesie. Pia Pera era anche un’eccellente slavista e traduttrice.

Non ho voluto escludere nessun articolo, neanche quei tre o quattro legati ad avvenimenti di cronaca o a qualcosa che ha perso attualità. Come i Guerrilla Gardeners italiani, il cui sito non è più aggiornato dal 2014. Anche questi testi, infatti, contengono riflessioni senza tempo, sono parte di un pensiero che vediamo qui evolvere mese dopo mese, mentre si perfeziona il suo stile e la sua saggezza si approfondisce, unica traccia, forse, della malattia che emerge e avanza. Pia Pera racconta i libri che legge, i luoghi che visita – o che poi ricorda -, le persone che incontra, le idee che le suscitano. Qui c’è la ricchezza di spunti e di ispirazioni che la necessità di costruire un testo organico inevitabilmente tarpa.