infonapoles

Giornale della città di Napoli

NAPOLI

«Io sono guarito, ma un mio amico è morto. Ho l’atroce dubbio di averlo infettato»



l’intevista

Mezzogiorno, 1 aprile 2020 – 09:13

La storia di un dirigente di polizia che poche ore prima di recarsi al Cotugno per un controllo prese il caff al bar con un funzionario di Prefettura poi deceduto

di Titti Beneduce

La mattina del 4 marzo, poche ore prima che decidessi di andare al Cotugno, feci visita a un caro amico, funzionario di Prefettura. Andammo al bar, prendemmo il caff, poi lui ricevette la chiamata di un conoscente comune e mi pass il cellulare perch lo salutassi. Pochi giorni fa il mio amico morto a causa del virus. E io ho il dubbio atroce di averglielo trasmesso. Il dirigente di polizia guarito dal morbo racconta i giorni disperati del ricovero. Sessant’anni, padre di due ragazzine di 12 e 10 anni, ha trascorso una vita in strada, a cercare delinquenti, contrastare facinorosi, risolvere drammi piccoli e grandi: Non provavo paura. Uno lo sa che prima o poi la morte arriva. Provavo rabbia, perch temevo di non potere accompagnare le mie figlie ancora per un tratto, come giusto e come desidero.

Come iniziato l’incubo? Alla fine di febbraio avvertivo un forte senso di spossatezza. In Campania non c’era ancora una situazione di allarme e non ho dato troppo peso a questo sintomo. Ho provato a prendere degli integratori.

Poi che cosa successo? Una notte ho sudato molto e la mattina successiva mi sono svegliato con la febbre: 37.8. Ma ancora non mi sono allarmato: non avevo perso l’olfatto, non avevo crisi respiratorie. La preoccupazione arrivata il terzo giorno che mi sono svegliato con la febbre. Dopo aver salutato il mio amico viceprefetto, all’improvviso, mi sono detto: questo il corona virus. E in auto, da solo, ho raggiunto il pronto soccorso del Cotugno.

E come andata? In un primo momento i medici erano scettici: i miei sintomi, dicevano, non lasciavano pensare a quel maledetto virus. Ma io ho insistito, una dottoressa mi ha auscultato le spalle e si resa conto che qualcosa nella respirazione non andava. Di l a poco il tampone uscito positivo. Mi caduto il mondo addosso.

Che cosa ha detto alle sue figlie? La verit: che il pap era stato contagiato e doveva rimanere in ospedale, ma che avrebbe superato la crisi e sarebbe tornato ad abbracciarle.

Loro come hanno reagito? La pi grande mi chiedeva ogni giorno: pap, quante probabilit hai di continuare a vivere? Devi dirmi la verit, lo voglio sapere. Era una domanda lacerante, ma al tempo stesso sentire le bambine al telefono mi dava una forza enorme.

Com’erano le giornate in ospedale? Il reparto nel quale ho trascorso due settimane mi faceva pensare agli anni Settanta. Ma il personale stato straordinario: tutti angeli, eroi, non ho parole per definirli. Il professore Sangiovanni, il dirigente, passava ogni mattina ad augurarci il buongiorno attraverso gli obl delle porte. Mi faceva bene vedere il suo camice immacolato, con la cravatta ben annodata sotto: mi trasmetteva un senso di cura, di ordine. Poi c’era un’infermiera, o forse era la caposala, che sprizzava allegria da tutti i pori e ci tirava su con le sue battute. Una donna cicciottella, che arrivava in stanza dicendo: amore mio, come stai?.

Qual era il momento pi difficile? Direi quello del controllo dell’emogas, della percentuale di ossigeno presente nel sangue arterioso. Bisogna fare una puntura alla base del polso, una puntura dolorosissima. Ma anche in quel momento i medici e gli infermieri dimostravano la loro umanit: un giorno uno di loro, per procedere pi rapidamente e farmi sentire meno dolore, prefer togliersi la visiera e uno dei due paia di guanti che portava. In questo modo rischiava di pi.

Come stato curato? Con due farmaci che si stanno sperimentando, Kaletra e Plaquenil oltre agli antibiotici. Ringrazio i medici di Cotugno e Pascale che hanno dato a noi malati la possibilit di usarli.

Che cosa ricorda di pi dei suoi eroi? Gli occhi: tutto il resto non lo vedevo, erano bardati, ma gli occhi esprimevano amore e rispetto senza fine.

Immagina dove e quando stato contagiato? Non posso avere la certezza, ma penso che sia accaduto nel corso di una cena a Posillipo qualche settimana prima del ricovero. Avevo abbracciato vecchi amici e stretto mani, ovviamente. Ma non immaginavo, nessuno immaginava.

Come vede il suo futuro? Torner a organizzare cene, a viaggiare, ad andare al cinema? In questo momento la risposta no. Non mi interessa pi nulla di tutto questo. In ospedale ho capito che cosa conta veramente: le mie bambine, la loro salute, il loro equilibrio, il loro sorriso. Il resto vanit.

1 aprile 2020 | 09:13

© RIPRODUZIONE RISERVATA