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ECONOMIA

Emilia-Romagna, l’industria perde il 6,7%. Ora si aspetta il nuovo Patto per il lavoro



CONGIUNTURA

Nessun settore si salva dal segno meno, anche se l’alimentare si ferma a -1,1% nel terzo trimestre contro il -15,8% del settore moda (-5,7% la meccanica). Il 9% delle imprese ha ridotto l’organico

di Ilaria Vesentini

(Drobot Dean – stock.adobe.com)

Nessun settore si salva dal segno meno, anche se l’alimentare si ferma a -1,1% nel terzo trimestre contro il -15,8% del settore moda (-5,7% la meccanica). Il 9% delle imprese ha ridotto l’organico

3′ di lettura

L’industria emiliano-romagnola non è abituata a performare peggio della media italiana e il -6,7% messo a segno nel terzo trimestre 2020 (rispetto allo stesso periodo del 2019) permette all’economia regionale di tirare un sospiro di sollievo, dopo il -19,4% registrato nel trimestre primaverile in pieno Covid, ma non certo di ritrovare ottimismo. Non solo perché la seconda ondata pandemica autunnale apre la prospettiva di un’ulteriore frenata nel finale d’anno, ma perché la caduta lungo la via Emilia è ora più forte di quella nazionale (-5,1% la produzione italiana nel III trimestre), dopo anni in cui la manifattura emiliana si era abituata a fare da locomotiva del Paese.

La resilienza legata al Patto per il lavoro

“Al di là degli effetti negativi a breve e medio termine, la capacità di reazione, lo spirito imprenditoriale e la voglia di fare ci fanno comunque guardare al futuro con fiducia”, interviene Pietro Ferrari, presidente di Confindustria Emilia-Romagna, a margine della presentazione dei dati congiunturali con Unioncamere regionale e Intesa Sanpaolo. “È il momento di prendere decisioni concrete e guardare con pragmatismo alle cose da fare subito – sottolinea -. A livello regionale contiamo sul Patto per il Lavoro (che dovrebbe essere rinnovato entro fine anno, con un allargamento al tema climatico della strategia di coesione avviata nel 2015 dalla Giunta Bonaccini con tutte le forze produttive e sociali, ndr) per delineare una visione di medio e lungo periodo in grado di sostenere la crescita, ma capace anche di individuare le priorità su cui puntare con decisione”.

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Crisi trasversale ai settori e alle dimensioni

La crisi esogena causata dalla pandemia, non intacca infatti i solidi fondamentali delle filiere manifatturiere emiliane, con dinamiche però ora allineate a quelle del resto del Paese e con la preoccupazione ulteriore legata all’apertura internazionale record dell’economia regionale di fronte a uno scenario globale di confini sempre più chiusi ai flussi di merci e persone (l’export segna un 4,2% e gli ordini complessivi un -5,2%). Nessun settore si salva dal segno meno, anche se l’alimentare si ferma a -1,1% nel terzo trimestre contro il -15,8% del settore moda (-5,7% la meccanica) e le piccole realtà soffrono assai più delle medio-grandi (per le aziende con meno di 10 addetti la flessione produttiva sfiora l’11%, per quelle con oltre 50 addetti è a -4%).Non va meglio sul fronte occupazione. Nonostante il blocco dei licenziamenti, il 9% delle imprese ha ridotto l’organico, quasi la metà delle aziende ha fatto ricorso alla cassa integrazione, “ora la sfida è resistere, reagire e prepararsi alla ripartenza in una economia che sarà nuova e molto diversa da quella prima della pandemia”, ricorda il presidente di Unioncamere Emilia-Romagna, Alberto Zambianchi.

Prospettive incerte

Gli industriali della via Emilia stringono i denti ma non sono ottimisti, di fronte alla nuova recrudescenza del virus. Il 26% delle aziende – secondo la survey realizzata in ottobre – stima un calo della produzione da qui a fine anno, contro in 24% che ipotizza un aumento e il 50% che prevede una sostanziale stabilità. L’indagine freschissima condotta da Confindustria Romagna tra gli associati nelle province di Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini conferma le aspettative prudenti: il 27% degli intervistati dichiara di aver perso fino al 20% dei propri ricavi quest’anno e un quarto del campione prevede di poter recuperare fino al 10% del fatturato nel 2021.